03/11/07

uscita sabato 20 e domenica 21 ottobre 2007

Jacques:
01 Ottobre 1957, ore 5.30. Le guardie carcerarie aprono la porta della cella 18, cella riservata ai condannati a morte, dove Jacques era stato trasferito il 6 Aprile 1957, giorno della sua condanna a morte. Ma chi è Jacques? Purtroppo i genitori non seppero tenere unita la famiglia e col tempo questa divisione diede i suoi frutti nefasti; il padre, direttore di banca, era colto, avventuriero, amante della musica, pianista, ma anche cinico, donnaiolo, dichiaratamente ateo; dei figli si interessava quel tanto che bastava.La madre, buona di carattere ma introversa, in disaccordo con il marito, non riusciva a neutralizzare la sua nefasta influenza; il tenore di vita era alto, con cambio di case lussuose ma prive di calore umano e il piccolo Jacques cresceva bello, simpatico, ma chiuso. Nel difficile periodo dell’adolescenza, cresceva troppo in fretta e quanto più avrebbe avuto bisogno di una guida, tanto più si trovava abbandonato a sé stesso; cominciò ad andare male negli studi, diventò pigro, ostentò a sua volta del cinismo. Il padre cominciò a diventare un ideale per il ragazzo, anche se lui per primo si sentiva disprezzato. In una sua lettera, e ne scriverà tante dal carcere, Jacques diceva: “A casa nostra c’era tanta religione quanta ce n’era in una scuderia, ed eravamo tutti dei mostri di egoismo e di orgoglio”. Alla ricerca di uno scopo nella vita, Jacques cresceva disorientato, inquieto, molto infelice, corteggiato dalle ragazze, ma senza amore; metteva nel letto un manichino al suo posto, per trascorrere le notti fuori casa, ma forse non era necessario, perché i suoi genitori non volevano accorgersene. Da quando aveva 17 anni cominciò un’amicizia con Pierrette Polack, primogenita di una numerosa e ricca famiglia di origini ebraica; erano così diversi fra loro, ma si sentivano attratti proprio per questa diversità.A vent’anni nel 1950 fu chiamato al servizio di leva e venne inviato tra le truppe francesi operanti ancora in Germania.Pierrette allora convinse il padre di poter andare a lavorare a Strasburgo, più vicino a Jacques, che così poté passare le sue licenze nell’appartamentino di lei. La tenerezza di quei momenti, intrisi da un’evidente povertà, sfociò inevitabilmente nell’attesa di un bambino. Il conseguente desiderio di sposarsi, fu necessariamente accantonato, perché il matrimonio era osteggiato dal padre di lei ebreo e da suo padre antisemita arrabbiato. Attesero così la maggiore età e poi si sposarono civilmente (con la sola presenza del padre di Pierrette), un mese prima della nascita della piccola Véronique.La loro luna di miele fu spezzettata secondo le licenze di Jacques, con qualche bella vacanza in Svizzera, nella villa di montagna di proprietà dei Polack.Nell’aprile 1952 ebbe finalmente il congedo militare con l’attestato di buona condotta; fu necessario mettersi a lavorare, con nuove divisioni della famigliola, Pierrette con la bambina a Strasburgo e Jacques a Nancy nell’industria di carbone del suocero, vivendo in un albergo. La vita della giovane coppia si svolgeva senza un minimo di organizzazione, in pratica alla giornata, dando libero sfogo ai divertimenti e i soldi non bastavano per tutto il mese.Scriverà Jacques alla moglie: “Mia Minou, a Strasburgo io non ti amavo, avevo solo un vivissimo affetto per te, rafforzato dai legami di intimità; è tutto”.E alla fine il matrimonio infatti non durò; in parte erano fragili i due ragazzi, in parte si misero di mezzo le famiglie, ci furono dei pasticci economici nella fabbrica del suocero provocati da Jacques, il quale si disaffezionò dal lavoro progressivamente. Pierrette tornò dai genitori e Jacques licenziatasi dalla ditta del suocero, andò a vivere con la madre (ormai anch’essa separata dal marito); la mamma gli diede un milione di vecchi franchi per aiutarlo ad intraprendere un’attività in proprio, egli ne spese subito la metà per comprarsi un’auto di lusso e per l’impresa che voleva aprire, essa fallì prima di cominciare, consumando i pochi soldi rimasti.La madre a questo punto, infastidita, si disinteressò di lui; allora ritornò dalla moglie Pierrette, la cui lontananza insieme alla bambina lo tormentava, ma per l’opposizione delle famiglie si vedevano di nascosto, a volte in albergo, con atteggiamenti più da fidanzati che da sposi, illudendosi di rivivere i bei tempi della prima giovinezza.Ma nel suo intimo Jacques era disorientato, inquieto, insoddisfatto e di conseguenza molto infelice; tutto sommato una situazione personale e sociale, comune a molti giovani, poi di solito interviene provvidenzialmente un incontro, un’opportunità, un consiglio giusto, ecc. e la maggior parte trova prima o poi una soluzione per uscirne.Ma a Jacques, solo, senza lavoro, senza un vero scopo della vita, mancò questo salutare apporto, poi in quegli anni di dopoguerra, i giovani cercavano evasioni, desiderando intraprendere viaggi per conoscere il mondo, e la fantasia di Jacques galoppava sui viaggi fatti dal padre nelle lontane isole del Pacifico, da cui aveva portato ricordi, souvenir, esperienze, amori. Per questo gli occorrevano almeno due milioni di franchi per comprare una barca e prendere a viaggiare da solo verso quelle isole sognate.
Il mercoledì 3 aprile 1957 si aprì il processo. L’Avv. Baudet, uomo di grande fede, pronunciò una appassionata arringa di difesa e chiamò anche il padre di Jacques a testimoniare sulle tristi condizioni della adolescenza e della giovinezza del figlio. (La mamma, nel frattempo, era morta lasciando un grande vuoto nel cuore di Jacques). Il padre si presentò ubriaco e vestito in un modo stravagante. L’Avv. Baudet inorridì, ma sperò che questa circostanza potesse aprire gli occhi ai giudici per formulare un giudizio, che tenesse conto delle reali attenuanti: Jacques, invece, che era presente in aula, si sentì profondamente umiliato dal comportamento del padre e abbassò la testa per la vergogna. Il 6 aprile 1957 venne annunciata la sentenza: Jacques sperò che la circostanza del suo compleanno fosse di buon auspicio per una benevola sentenza. Venne invece condannato a morte: condannato alla ghigliottina! É un fulmine che lo lascia sbigottito e quasi impietrito. La prima reazione di Jacques fu un totale smarrimento della sua anima. Venne accompagnato in carcere e lasciato solo nella sua cella e nel suo dolore dove cadde in ginocchio. Gli sembrava già di vedere la terribile ghigliottina e avvertiva dei brividi di paura che gli attraversano tutto il corpo. L’Avv. Baudet preparò il ricorso in cassazione e lasciò come ultima carta la richiesta di grazia al Presidente della Repubblica, Coty. Jacques lasciò fare, ma ormai si era convinto che tutto fosse inutile: egli sarà ghigliottinato! I Viaggi e le isole del pacifico continuavano a galoppare nella sua fantasia, ma per fare questo, gli occorrevano almeno due milioni di franchi per comprare una barca e prendere a viaggiare da solo verso quelle isole sognate.Tutti gli chiusero la porta in faccia compreso il padre, e i soldi diventarono la sua ossessione, alla fine decise che bisognava rubarli. E venne il giorno fatidico, il 24 febbraio 1954. Con l’appoggio di due delinquenti abituali, armato di una pistola che doveva servire a spaventare il derubato, si recò a sera nel negozio di un cambiavalute ebreo, conosciuto dal padre, a ritirare dell’oro che aveva ordinato la mattina stessa.Mentre l’uomo girato, tirava fuori dalla cassaforte l’oro, egli lo colpì alla testa col calcio della pistola, ma partì un colpo e si ferì lui stesso alla mano. A questo punto, preso dal panico, scappò a piedi senza prendere nemmeno la macchina parcheggiata lì vicino, sanguinante alla mano, perse anche gli occhiali che portava per la forte miopia.I complici per distogliere l’attenzione della polizia da loro, furono i primi a descriverlo; venne inseguito e si infilò in un grosso caseggiato salendo le scale fino al tetto, dove rimase finché ritenne che la caccia si fosse interrotta, ma all’uscita dal caseggiato fu riconosciuto.Gli fu intimato di fermarsi, ma Jacques in preda al panico, non riconoscendo per la miopia chi gli stava davanti, sparò attraverso l’impermeabile, uccidendo così un agente di polizia; scappando disperatamente ormai in preda al terrore, sparò ancora ferendo di striscio un’altra guardia e sparando all’impazzata contro chiunque gli si parasse davanti, fortunatamente senza colpire altre persone; venne alla fine disarmato e catturato da un anziano ispettore di polizia.Percosso a sangue, strattonato, venne condotto piangente e in manette in una cella de “La Santé”, il carcere di Parigi, dove naufragarono i suoi sogni di mari sconfinati ed isole tropicali. - Dal registro nero del boia. 1º ottobre 1957. Parigi. Jacques Fesch, nato il 6 aprile 1930. 1,89m. Slanciato. (Di aspetto curato) Rapina a mano armata presso un cambiavalute. Inseguimento per strada. Un passante ferito. Un agente di polizia assassinato. Era stato avvertito dall'avvocato quarantotto ore in anticipo. Era in piedi nella cella in attesa dei magistrati dalle 3 e 15. Per fortuna la notizia dell'esecuzione non è trapelata. Messa. Cinque minuti. Non ha detto una parola. Nel momento in cui passava la porta, ha chiesto di baciare il crocefisso. Viva reazione sulla macchina. Dieci secondi. - Figliolina mia, sono tanto contento di ricevere le tue care paroline e spero che me ne scriverai delle altre. Ho ricevuto delle belle foto di te in vacanza e ho potuto vedere che bella bambina sei, e che ti diverti molto. So anche che hai ricevuto un bell’astuccio con l’occorrente per scrivere al tuo papà e che dici bene le tue preghiere al Bambino Gesù e alla Santa Vergine. Papà ti abbraccia con tutto il cuore e prega per te affinché il Bambino Gesù ti protegga”.